LA BELLEZZA: NECESSARIA

Quand'è che l'essere umano ha cominciato a provare il desiderio di bellezza?

Sappiamo che un discendente dell'homo Erectus, l'uomo di Neanderthal, sopravvissuto fino a soli 27 000 anni fa, ha usato decorazioni per il corpo e prodotto musica costruendo flauti.

Abbiamo tracce del desiderio di bellezza che risalgono a 18 500 anni fa: un nostro antenato ha rappresentato delle figure policrome di cervi, cinghiali, bisonti ed ha persino combinato la tecnica dell'incisione con quella della pittura, sfruttando le naturali sporgenze della roccia per ottenere un effetto tridimensionale. Si tratta delle pitture rinvenute nelle grotte di Altamira, in Spagna.


In tempi più recenti ci si è interrogati a lungo sul carattere soggettivo della valutazione estetica e sulla sua universalità, su quanto sia innato il senso della bellezza e quanto invece influiscano i fattori culturali ed emotivi dell’apprezzamento estetico. Confini difficili da tracciare quelli tra arte, scienza, pensiero critico, emozioni, troppe le

contaminazioni.


Poi finalmente, nel 1994, il neuroscienziato Semir Zeki, si cimenta in un ambito di ricerca che

definirà Neuroestetica, con la quale si propone di studiare scientificamente i meccanismi biologici che sono alla base della nostra percezione estetica.

Quello che è interessante sapere è che gli esperimenti di Zeki non miravano a determinare quale area del cervello ospiti "la percezione della bellezza", quanto piuttosto indagare come il cervello si relazioni al giudizio personale su qualcosa, cosa succede fisiologicamente nell'affermare che una cosa sia bella o brutta.

Zeki parte dal presupposto che l'esperienza estetica sia sempre un’esperienza soggettivapercepiamo piacere, bellezza negli spazi che abitiamo, è perché in qualche modo siamo riusciti a dare forma, a tradurre in “atmosfera“ il nostro senso della vita!

Non è pensabile che la bellezza sia un fenomeno unico per tutti. Le opere e gli osservatori sono entità instabili. Le reazioni e l’esperienza di un soggetto possono cambiare a seconda del contesto, dello stato emotivo, delle conoscenze pregresse. Se vai alla National Gallery, puoi rimanere indifferente a un certo quadro, poi ti accorgi che l’autore è Van Gogh, e le tue reazioni cambiano

Dunque è proprio vero che “La bellezza è negli occhi di chi guarda” come recita la famosissima frase, e allo stesso modo possiamo affermare che anche il mondo, il nostro mondo, la nostra casa, è strettamente connesso al nostro sguardo.

Soggettiva dunque, ma soprattutto necessaria, la bellezza è parte integrante del nostro vivere. Per questo portare bellezza negli spazi che abitiamo diventa un diritto e una necessità.


Alle nostre case siamo soliti chiedere di assolvere a determinate funzioni: uno spazio nel quale mangiare, uno in cui riposare, lavarsi, dormire, ma possiamo e dobbiamo chiedere di più: è nostro diritto reclamare piacere!

Portare bellezza negli spazi che abitiamo non significa acquistare mobili costosi o inaccessibili quadri d'autore, ma piuttosto imparare a dare valore e significato agli ingredienti del nostro Abitare, imparare a creare l'atmosfera che vogliamo respirare: quel magico mix di colori, forme, suoni, profumi, capace di accoglierci e raccontare chi siamo.


John Ruskin suggerì di cercare due cose nei nostri edifici: che ci diano riparo e che ci parlino, ci parlino di tutto ciò che riteniamo importante e che vogliamo ricordare.

Alain De Botton


E' proprio questo che si deve chiedere alla propria casa: che racconti di noi, che ci ricordi in ogni istante chi siamo, quali sono le cose che amiamo, che accolga le nostre abitudini e persino le nostre piccole manie in un abbraccio quotidiano.

Il concetto degli edifici che parlano attiva la necessità di porsi delle domande, di interrogarsi sui valori in base ai quali vogliamo vivere la nostra vita, andando ben oltre l'aspetto puramente estetico di un'abitazione.

Se percepiamo piacere, bellezza negli spazi che abitiamo è perché in qualche modo siamo riusciti a dare forma, a tradurre in “atmosfera“ il nostro senso della vita!


Esistono tanti stili di bellezza quante visioni di felicità

scrisse Stendhal, dopo aver affermato che


la bellezza è una promessa di felicità

Quale sia la propria visione della felicità tra le innumerevoli e complesse possibilità, diventa

dunque il campo di ricerca nel quale addentrarsi per svelare a noi stessi di cosa vogliamo che ci parli la nostra casa.

Le nostre case devono essere i diapason con i quali “accordare” la nostra vita. Allora dal labirinto di forme, dalla cecità alle troppe immagini, dal rumore di fondo nel quale siamo costretti a vivere in questa nostra società, noi potremo... tornare a casa. E una volta qui, a casa, potremo armonizzare pensieri e sentimenti sulle nostre frequenze e sentirci in armonia con il nostro canto interiore.


Non fatevi la casa secondo la moda ma secondo l'intelligenza e con una amorosa cultura e nostrano buon senso. La casa accompagna la nostra vita. È il vaso delle nostre ore belle e brutte, è il tempio per i nostri pensieri più nobili, essa non deve essere di moda, perchè non deve passare di moda.

Gio Ponti


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